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Come nasce l’idea che ha portato alla scrittura del Suo racconto?
La risposta più immediata è che questo racconto nasce da un libro apparentemente smarrito e da un vecchio quaderno di memorie, le sole tracce rimaste di una storia che coinvolge direttamente la mia famiglia, quella tra mia nonna Davina Sergenti e Romolo Tranquilli, fratello di Secondino Tranquilli, noto a tutti come Ignazio Silone. Un amore giovanile nato a Velletri tra le mura del convitto di San Clemente e finito tragicamente con la morte di lui in carcere. Con il tempo, però, ho capito che la spinta profonda è stata un’altra: la necessità di instaurare ancora un dialogo con mia madre, a distanza di quattro anni dalla sua scomparsa. Lei era stata l’unica a credere davvero che quella storia fosse reale fino in fondo, rifiutando di liquidarla come la semplice fantasia di un’anziana donna. A questo si è aggiunto il bisogno di fare chiarezza, perché in famiglia si raccontava che Romolo fosse stato arrestato per un’ingenua confidenza di mia nonna a una comare; le mie ricerche d’archivio hanno invece dimostrato che lui era già ricercato dai fascisti per l’attentato a Vittorio Emanuele III nel 1928 e che la polizia risalì a lei solo trovando le sue lettere nel covo di Como. Scrivere questo racconto è servito anche a questo: restituire la verità storica e liberare la memoria di mia nonna da una colpa mai avuta.
Quali sono gli autori e le autrici che ritiene Suoi maestri, nella letteratura?
Non ho la presunzione di considerare “maestri” autori di fama mondiale, essendo questa la mia prima esperienza narrativa; posso però indicare chi mi emoziona di più e sento più affine. I primi nomi sono Isabel Allende e Stephen King, per i quali azzardo un parallelismo che spero non faccia cadere nessuno dalla sedia. All’apparenza appartengono a mondi lontanissimi, ma in entrambi ritrovo la matrice del realismo magico: quella capacità di integrare l’elemento straordinario o inspiegabile con estrema naturalezza nella vita quotidiana, nella provincia e nelle dinamiche familiari. È una sensibilità che amo nella letteratura sudamericana, presente anche in autrici come Gioconda Belli e Julia Alvarez, e che King declina a modo suo, mostrando come l’incredibile possa convivere con la normalità. Nel mio racconto non c’è una magia inventata, ma durante la ricerca sono stata guidata proprio da questa sensazione: un filo di coincidenze, incastri e dettagli riemersi dal passato.
Ha già avuto esperienze editoriali e/o di premi letterari?
No, questa è in assoluto la mia prima esperienza editoriale e il mio primo concorso letterario. Il desiderio forse in realtà c’era, come un pensiero che mi accompagnava da lontano, ma non lo avevo mai concretizzato, perché pensavo, in fondo, di non averne le capacità o gli strumenti adatti. Poi è arrivata questa storia e con lei l’urgenza di raccontarla. Mettermi alla prova per la prima volta è stato un salto nel buio, un percorso autodidatta spinto solo dalla passione, in cui ho dovuto affrontare i miei dubbi con un profondo rispetto per la pagina scritta. Ritrovarmi oggi con un esito così bello è un’emozione enorme e spiazzante, la conferma che a volte le storie hanno la forza di spingerci oltre le nostre esitazioni.
Cos’è per Lei la lettura e cosa, invece, la scrittura?
È una domanda difficile, perché la lettura è qualcosa che mi appartiene da sempre. È iniziata in quinta elementare con un volume rilegato con il simbolo dell’Auryn in copertina e le pagine stampate in rosso e verde: La storia infinita, ovviamente. Da quel momento non ho mai smesso. Per me leggere è rifugio e ascolto: la capacità di abitare le vite degli altri e guardare il mondo con occhi diversi. La scrittura, invece, è arrivata come una necessità. Non mi viene spontanea o facile come il dialogo parlato, cosa forse comune, ma è proprio questa lentezza a darmi la possibilità di cercare e trovare sempre la parola giusta. Se la lettura è accogliere una storia, scrivere è l’atto di soffermarsi e dare forma precisa a ciò che altrimenti resterebbe inespresso.
Facciamo un gioco: se dovesse descrivere sè come personaggio di un racconto in poche righe, per darci qualche notizia sulla sua vita, sul suo carattere e sulle sue passioni, come imposterebbe il testo?
Proviamo. Gestisco un piccolo bistrot con libreria annessa, dove l’aroma del caffè si mescola all’odore della carta stampata. A fare gli onori di casa c’è Ozzy, un gatto nero che seleziona i clienti con l’infallibile fiuto dei felini. Ai visitatori più fedeli offro una tazza di tè e, quando serve, una stesa di tarocchi marsigliesi: non per predire il futuro, ma per ascoltarli e aiutarli a ritrovare il filo nelle cose di tutti i giorni, attraverso degli archetipi. A complicarmi e addolcire la vita c’è mio figlio: un bambino testardo come pochi, ma con un cuore enorme per la natura e gli animali, che vive con un pallone tra i piedi e sogna di fare il calciatore. Sulla carta la mia è una routine tranquilla, fatta di storie e tazzine da lavare. Eppure, una notte, tra il sogno e la veglia, vedo chiaramente le mie zie materne riunite attorno a un fuoco, nel folto del bosco. Ma questa, forse, è un’altra storia.
Secondo lei qual è il ruolo della letteratura e degli scrittori/scrittrici nella società contemporanea?
In una società dominata dalla velocità e dalla frammentazione, credo che la letteratura abbia un ruolo quasi sovversivo: quello di rallentare il tempo e creare spazio per la comprensione. Gli scrittori e le scrittrici non servono a fuggire dalla realtà, ma a guardarla con maggiore nitidezza. La narrativa offre strumenti per interpretare il caos che ci circonda, permettendoci di abitare le complessità dell’animo umano e di riconoscere noi stessi nelle storie degli altri. Scrivere e leggere, oggi più che mai, è un atto di resistenza quotidiana: un modo per difendere l’empatia, la capacità di ascolto e la profondità del pensiero in un mondo che corre troppo veloce.




