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11 Settembre 2026Conosciamo gli autori che hanno vinto il Premio Velletri Libris 2026: parola a Pinella Giuffrida, che ha scritto “Qui si fa la differenza”.
Come nasce l’idea che ha portato alla scrittura del Suo racconto?
Il racconto Qui si fa la differenza nasce da un’esperienza autobiografica che appartiene alla mia giovinezza, ma che per molto tempo è rimasta dentro di me come una preziosità in attesa di essere raccontata. Avevo diciannove anni quando, appena vincitrice di concorso, iniziai a insegnare in una scuola serale. Mi trovai così a entrare in contatto con un mondo contadino che conoscevo poco e che, agli occhi di una ragazza di città, appariva lontanissimo. Un mondo nel quale le donne occupavano ancora uno spazio marginale e nel quale istruzione e alfabetizzazione avevano avuto possibilità molto diverse da quelle che oggi diamo per scontate. All’inizio pensavo di essere io a dover insegnare qualcosa a quelle persone. Poi, nel giro di quell’ anno scolastico, scoprii che stava accadendo esattamente il contrario. Le donne che avevo incontrato mi mostrarono una determinazione e una forza che non avevo saputo riconoscere al primo sguardo. E anche i miei pregiudizi nei confronti degli uomini che frequentavano la scuola finirono per cadere, uno dopo l’altro, quando imparai a conoscerli oltre l’immagine che ne avevo costruito. Ho sentito, allora, che quella storia non apparteneva soltanto alla mia memoria. Raccontarla oggi significa consegnare alle nuove generazioni il frammento di un mondo che non c’è più. O che almeno non c’è più nello stesso modo: un’Italia rurale nella quale conquistare il diritto all’istruzione, per una donna come per un uomo, poteva rappresentare una vera forma di emancipazione. Forse è proprio questo il senso più profondo del racconto: ricordare da dove veniamo per comprendere meglio quanto è cambiato, ma anche quanto ogni conquista sia stata costruita attraverso le storie, la fatica e il coraggio di persone che spesso non sono entrate nei grandi libri di storia.
Quali sono gli autori e le autrici che ritiene Suoi maestri, nella letteratura?
Ho avuto maestri diversi nelle diverse stagioni della mia vita. I classici italiani, da Dante a Petrarca, da Leopardi a Pascoli, mi hanno insegnato il valore della parola e della sua armonia. Più tardi, nella narrativa contemporanea, ho amato molto Alessandro Baricco per la sua capacità di dare alla lingua una dimensione quasi musicale, Andrea De Carlo per l’attenzione alle relazioni umane, Margaret Mazzantini per l’intensità emotiva e Gianrico Carofiglio per l’essenzialità e la precisione della scrittura. Ma forse il romanzo che più mi ha interrogato è stato Cecità di José Saramago: una storia che, attraverso una situazione estrema, riesce a parlare dell’uomo, della fragilità e della responsabilità individuale. Non so se si possa parlare davvero di “maestri”: credo piuttosto che ogni scrittore che amiamo lasci dentro di noi una traccia, e che la nostra voce nasca, in parte, dall’insieme di quelle tracce.
Ha già avuto esperienze editoriali e/o di premi letterari?
Per molti decenni, nella mia vita, lo studio e l’approfondimento scientifico hanno rappresentato il naturale completamento della mia esperienza professionale. Ho pubblicato diversi saggi con Armando, Carocci, Pensa, Guerini & Associati, occupandomi soprattutto di leadership, management ed educazione. Sono inoltre giornalista pubblicista e, accanto alla scrittura e alla professione, ho coltivato la mia passione per il viaggio, attraversando in motocicletta luoghi e culture dall’Africa all’India. In qualche modo, ho sempre cercato nella parola una sintesi tra rigore, conoscenza e libertà. È soltanto da gennaio 2026, però, che ho scoperto la scrittura letteraria. Ed è stata una scoperta sorprendente: ho iniziato a scrivere racconti e, quasi senza accorgermene, è arrivato anche il mio primo romanzo. Ho scoperto nella narrativa una dimensione diversa della scrittura, più intima e, per certi versi, profondamente catartica. È successo qualcosa dentro di me e, in pochi mesi, la scrittura ha preso una direzione che non avevo previsto. Il mio primo romanzo, Sempre fuori tempo, sarà pubblicato a settembre da Scatole Parlanti – Utterson ed è finalista al Premio Misula. Oltre a questo racconto Qui si fa la differenza, pubblicato nella raccolta Un pugno di Storie, De cultura edizioni, a luglio 2026 sono stati pubblicati due miei racconti: Giugno, nella raccolta E come Estate, Giulio Perrone Editore, e Chi parte, chi arriva, nella raccolta Esserci, Gelsorosso Editore. Altri miei racconti sono appena stati premiati o sono attualmente finalisti in importanti concorsi letterari, tra cui il Premio Regium Julii, Shots 2026, Lo stupore dell’arcobaleno e il Premio Camilleri, la cui cerimonia finale si terrà a Roma, al Teatro Quirino, il 2 ottobre. Ho appena terminato anche il mio secondo romanzo. Per ora lo tengo ancora con me: credo che abbia bisogno di un ultimo tempo di ascolto prima di affidarlo a un editore.
Cos’è per Lei la lettura e cosa, invece, la scrittura?
La lettura, per me, è cominciata molto presto, quasi come una forma di dipendenza felice. Da bambina ero una divoratrice di libri: li cercavo, li consumavo, li vivevo. Ricordo che mia madre, per contrastare le mie marachelle innocenti, a un certo punto aveva smesso di comprarmeli. Per me era una vera punizione: forse proprio allora ho capito quanto potesse essere dirompente il rapporto con un libro. Leggere è stato, negli anni, molto più che acquisire conoscenza. È stato viaggiare senza muovermi, incontrare persone che non avrei mai conosciuto, abitare vite lontane dalla mia, imparare a guardare il mondo, i sentimenti, attraverso lenti diverse. La scrittura è arrivata molto più tardi. Per una vita ho scritto per studiare, per trasmettere competenze, per condividere le mie ricerche scientifiche. La scrittura letteraria, invece, mi ha condotto a qualcosa di diverso: non tanto a raccontare ciò che so, ma ad ascoltare ciò che ho dentro. Se la lettura mi ha insegnato ad abitare le storie degli altri, oggi la scrittura mi offre la possibilità di restituire qualcosa di mio. Forse è questo l’aspetto più bello: da bambina aspettavo che qualcuno mi regalasse una storia; oggi provo, con umiltà, a regalarne qualcuna io.
Facciamo un gioco: se dovesse descrivere sé come personaggio di un racconto in poche righe, per darci qualche notizia sulla sua vita, sul suo carattere e sulle sue passioni, come imposterebbe il testo?
Se dovessi raccontarmi come un personaggio, oggi mi descriverei come Alice nel Paese delle Meraviglie. Solo che il Paese delle Meraviglie in cui sono appena entrata è quello, ancora per me sorprendente, della scrittura letteraria. Sono una donna che nella vita è caduta più volte e che, ogni volta, ha imparato a rialzarsi, a ricostruirsi e a ripartire. Ho costruito con determinazione il mio percorso professionale, fino a ricoprire il ruolo di dirigente di Stato e ad assumere responsabilità che mi hanno dato grandi soddisfazioni. La forza, la caparbietà e una certa dose di ostinazione sono state per molto tempo le mie compagne di viaggio. Oggi, però, mi accorgo che la scrittura mi sta permettendo di fare qualcosa che nella vita forse non mi sono concessa abbastanza: deporre le armature. Dietro la donna forte, quella che decide, affronta, resiste e va avanti, c’è un’anima – molto più sensibile e delicata – che nella pagina scritta finalmente trova uno spazio per mostrarsi. E forse non è un caso che la protagonista del mio secondo romanzo si chiami proprio Alice e che anche lei viva in un mondo “diverso”. Credo che ci sia una parte di noi che, quando finalmente trova il luogo giusto, smette di difendersi e comincia semplicemente a meravigliarsi. Io, oggi, quel luogo l’ho trovato nella scrittura. E, come Alice, sto ancora esplorandolo. Ma mi piace moltissimo perdermi.
Secondo lei qual è il ruolo della letteratura e degli scrittori/scrittrici nella società contemporanea?
Non credo che la letteratura debba avere la pretesa di insegnare alle persone come vivere, né che gli scrittori abbiano il compito di indicare una direzione alla società. Mi piace pensare, piuttosto, che uno scrittore possa accendere una piccola luce: offrire uno spunto, una domanda, un’emozione che continui a lavorare dentro il lettore anche dopo aver chiuso il libro. In una contemporaneità dominata dalle immagini, dalla velocità e da una comunicazione sempre più immediata, credo che la parola letteraria abbia ancora, e forse abbia oggi più che mai, una funzione preziosa. Un’immagine ci mostra qualcosa; la parola, invece, ci chiede di immaginarla. E nell’immaginazione c’è una potente libertà che nessuno di noi dovrebbe perdere. La letteratura può regalarci il tempo per fermarci, guardarci dentro, entrare nella vita di qualcun altro e magari tornare alla nostra con uno sguardo diverso. Può farci incontrare mondi che non conosciamo, accendere la fantasia e restituire ali alla creatività. Forse è questo, in fondo, il compito più bello dello scrittore: non dare risposte, ma accendere domande. Non dire al lettore cosa deve pensare, ma offrirgli le parole perché possa pensare, immaginare e, qualche volta, scoprire qualcosa di sé. E se un racconto riesce a lasciare nel lettore una domanda che prima non aveva, credo che abbia già fatto la sua parte.




